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Qualche libro letto, rimasto sui tavoli

E’ un ragazzo di diciotto anni e vive nel New Jersey. Brillante a scuola, piace a qualche ragazza, e ha una madre “laica”, che sa amarlo rispettando la sua autonomia. Suo padre invece se n’è andato dopo la nascita, ed era mussulmano. Per questo il giovane frequenta l’imam della moschea locale, impara il Corano, osserva le regole della religione, crede nella sottomissione e nell’eternità. Per questo ritiene che i suoi compagni e la società in cui vive siano immersi nel materialismo e asserviti a sesso e denaro. Questo ragazzo buono e per bene, che può vivere accanto al nostro palazzo, può diventare un terrorista? Su questa trama si sviluppa il bel romanzo di John Updike, TERRORISTA (Guanda 2007), storia realistica e piena di tensione, dove le radici dei sentimenti umani, nonostante tutto, trovano ancora spazio per affermarsi.

E sempre negli USA si sviluppa il romanza giallo di Stephen L. Carter, Bianco americano (Mondadori, 2008): intrighi intorno ad una èlite nera di politici e accademici, dove solo il coraggio e la determinazione di una donna portano alla verità. Non amo molto i gialli in verità, e questo mi è sembrato anche troppo trascinato nel racconto. Così come, cambiando completamente contesto, è il libro del giovane danese Torben Guldberg, Tesi sull’esistenza dell’amore (Longanesi, 2008), che si dilunga attraverso gli ultimi cinque secoli a raccontare le storie raccolte da un immaginario saggio protagonista. Atmosfere, filosofie ma una sola storia bella: quella della ragazza e del giovane studioso/filosofo, che cerca di misurare la diffusione dell’amore con le regole della diffusione della luce. Mi sono divertito molto di più a leggere la favola, vagamente storica di Josè Saramago, Il Viaggio dell’elefante (Einaudi, 2009): il re del Portogallo regala un elefante all’arciduca di Vienna. E l’animale viene portato per mezza Europa con una carovana di scorte militari e viveri al seguito, tra lo stupore della gente, assieme al fedele e “sveglio” guardiano.

Infine una sorta di sagra familiare, piena di sentimenti estremi, nel libro di Abraham Yehoshua, Un divorzio tardivo (Einaudi, 1996). Il protagonista ritorna in Israele in età avanzata, per divorziare finalmente da sua moglie, che ha lasciato anni prima per rifarsi una vita in America. Il confronto con la stessa moglie (ricoverata in una casa psichiatrica), con i figli, con le loro nuore e con tanti luoghi e protagonisti (compreso il cane) sviluppa un racconto che ho trovato in fondo triste ma molto bello. Uno dei libri più faticosi di questo scrittore che amo molto, e anche per questo da leggere.

Pubblicato il 10/9/2010 alle 22.57 nella rubrica Libri.

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